La celebrazione della Domenica delle Palme diventa un’esperienza collettiva di fronte al grande dramma della Passione. Non si ricordava tanta gente. La chiesa di San Pellegrino-Vigheffio ha accolto oggi una folla insolita, raccolta e silenziosa, trascinata dentro il racconto antico come se accadesse per la prima volta. La lettura del Passio ha fatto il suo effetto: i personaggi del dramma — il traditore, il giudice esitante, il discepolo che rinnega, la folla che volta faccia — hanno preso corpo, e qualcosa nell’assemblea si è commosso.
All’inizio della processione, un versetto del Vangelo ha posto la domanda che attraversa i secoli: ma chi è quest’uomo? Una domanda non retorica. Una domanda che resta aperta, e pesa.
Il fascino di guardare dal basso
Nella chiesa, il grande crocifisso si staglia verso l’alto. Chi lo guarda dal basso — e non c’è altro modo di guardarlo davvero — avverte qualcosa di strano: un’attrazione. Non è estetica. È quella parola di Giovanni: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”. Sembra scritta per questo momento, per questa postura del collo alzato e degli occhi che cercano.
Il sipario squarciato
Alla morte di Gesù, il Vangelo di Matteo annota un dettaglio apparentemente architettonico: il velo del Tempio si squarcia dall’alto in basso. Ma quel dettaglio è tutto.
Il velo — la grande tenda — separava il popolo dal Santo dei Santi, il luogo in cui dimorava la presenza di Dio. Là dentro riposava l’Arca dell’Alleanza, custode delle Dieci Parole, del bastone di Mosè, della manna nel deserto. Dio era là, ma invisibile, inaccessibile: Santo, Santo, Santo — tre volte distante.
La croce è quel sipario che si apre.
E Matteo sceglie il passivo: il velo fu squarciato. Non dice chi lo squarcia. È un passivo teologico, come lo chiamano gli studiosi — un modo per dire che questa è opera di Dio. Non un caso. Non un simbolo. Un gesto dall’alto.
Dall’alto in basso — dettaglio inconsueto. Una tenda normalmente si apre da destra a sinistra. Qui si apre verticalmente, come un cielo che cede. Come se fosse Dio stesso a rispondere al grido che era salito dalla croce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
L’epifania vera
Quel grido è il punto. Cristo ha caricato su di sé tutta la carne — termine biblico per le miserie umane, la fragilità, la morte stessa — e l’ha portata fino in cima. Da lassù ha gridato a Dio tutto il dramma dell’umanità intera. E Dio ha risposto squarciando il sipario.
Questa, dice la tradizione cristiana, è la vera epifania — non la stella dei Magi, non i miracoli. La manifestazione più profonda di Dio è questa: un uomo crocifisso che grida nel buio, e un cielo che si apre.
San Tommaso d’Aquino, contemplando l’Eucaristia, scrisse: “Sulla croce era nascosta solo la divinità; qui è nascosta anche l’umanità.” Sul crocifisso, nell’umanità visibile e sofferente, si cela il divino. Come nel roveto ardente. Come nel pane spezzato.
Ai piedi, non nel tempio
La conseguenza pratica — e rivoluzionaria — è questa: non serve più un luogo sacro, un tempio, un recinto separato per incontrare Dio. Il sipario è aperto. Basta mettersi ai piedi della croce e dire, con Paolo: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me.”
Il corpo crocifisso di Gesù è presente nei mille crocifissi che punteggiano la storia, i muri delle case, i crocicchi delle strade. Ognuno di essi è un sipario spalancato sul mistero che chiamiamo Dio, Padre, Amore.
Il velo si è squarciato. Il cielo resta aperto.
