Gesù proclama beati i poveri. Ma di quale povertà parla davvero? Per comprenderlo, io che povero mi riconosco, mi lascio guidare da un uomo che ha saputo abitare il silenzio e la profondità: Meister Eckhart, grande mistico del Medioevo.

Da lui ho imparato che la povertà di cui parla Gesù non è mancanza, ma libertà; non è vuoto sterile, ma spazio aperto in cui l’Essere può dimorare. C’è una povertà esteriore, quella di chi sceglie una vita semplice, libera dai beni, per amore di Gesù. È una povertà bella e luminosa, che ha valore. Ma Gesù parla soprattutto di un’altra povertà: la povertà interiore, la povertà dello spirito. Essere poveri in spirito significa essere vuoti di sé per lasciare spazio a Dio.

Un uomo è povero in spirito quando non si appoggia su nulla, quando non si affida alle cose, non si aggrappa alle proprie idee, non fa della propria volontà un idolo. La vera povertà non è solo rinunciare alle cose, ma rinunciare a possedere se stessi. Molti pensano che essere poveri significhi solo dire: “Non voglio fare la mia volontà, voglio fare quella di Dio”. È una cosa buona, ma non è ancora la povertà più profonda. La povertà vera è più radicale: è non avere nemmeno il bisogno di voler qualcosa, nemmeno di voler “fare la volontà di Dio”.

È essere così liberi da sé da non trattenere nulla. Il povero in spirito è colui che non dice più: “voglio questo”, “desidero quello” o “cerco Dio per me”. È colui che si lascia essere. Allo stesso modo, è povero in spirito chi non si appoggia sul proprio sapere. Non pretende di capire Dio, non cerca di controllare ciò che Dio fa in lui, non si osserva continuamente. È così vuoto di sé da non sapere nemmeno che Dio opera in lui. Perché Dio non si possiede, non si capisce, non si trattiene. Infine, è povero in spirito chi non possiede nulla, nemmeno Dio come “qualcosa di suo”. Non fa di Dio un oggetto, un rifugio, un luogo dove appoggiarsi. È così libero che lascia a Dio essere Dio.

In questa povertà estrema, accade qualcosa di sorprendente: non è più l’uomo che “fa spazio” a Dio, ma è Dio stesso che diventa lo spazio. Qui l’uomo non agisce, ma si lascia abitare. Non conquista, ma riceve. Non trattiene, ma coincide con ciò che è da sempre. Questa è la povertà più vera. Ed è qui che l’uomo ritrova ciò che è sempre stato, ciò che è, e ciò che sarà.

Chi non comprende queste parole non si rattristi. Questa verità non si capisce con la mente, ma si riconosce quando il cuore diventa semplice. È una verità nuda, che viene direttamente dal cuore di Dio.